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Yasmine, Infermiera: “ho 24 anni e ho paura di essere uccisa, vivo e lavoro in Afghanistan”.

Yasmine, Infermiera: “ho 24 anni e ho paura di essere uccisa, vivo e lavoro in Afghanistan”.

By Redazione

Oggi raccontiamo la storia di Yasmine, Infermiera: “ho 24 anni e ho paura di essere uccisa, vivo e lavoro in Afghanistan con Medicine senza Frontiere”.

Lei si chiama Yasmine, ha 24 anni e fa l’Infermiera nell’ospedale di Medici senza Frontiere in Afghanistan. Ne parla la collega Daniela Fassini su Avvenire.

Ha 24 anni, una grande famiglia da accudire e un lavoro che giorno dopo giorno diventa sempre più difficile e complicato. Yasmine ha paura, teme che le possa succedere qualcosa  da un momento all’altro. Ma non si dispera. Lavora in un ospedale di Medici senza frontiere, in Afghanistan dove l’organizzazione è presente dal 1980 e attualmente operativa con uno staff di circa 3.000 persone con sette progetti in sette province, focalizzati sulla salute di base e salute materno infantile. Yasmine si barcamena tra mille difficoltà ma non demorde e tira dritto. Non si perde d’animo. «Sono sposata e ho un bimbo piccolo. La mia giornata è sempre molto impegnata: perché oltre al lavoro quotidiano all’ospedale, dal lunedì alla domenica, escluso il venerdì e il sabato, mi devo prendere cura anche della mia grande famiglia».

Yasmine fa l’infermiera in un grande ospedale: purtroppo uno dei pochi rimasti a servire una popolazione sempre più ammalata. La sua è una grande famiglia, allargata, come spesso avviene in Afghanistan: 25 componenti in tutto. Quando non è impegnata all’ospedale, deve accudire, oltre al bimbo, piccolo, anche i suoi suoceri, i genitori anziani di suo marito. «A volte mi capita anche il turno di notte e altre volte anche nel fine settimana, e così non sono pochi i giorni dove non riesco a riposare a sufficienza per poter riprendere le forze».

La sua vita, come quella di molte altre donne e colleghe, è completamente cambiata dal ritorno al potere dei taleban. Ogni giorno si reca al lavoro, all’ospedale, accompagnata dal suo “mahram” (un uomo con il quale una donna afghana ha un legame – di sangue o di allattamento – che esclude il matrimonio, ndr). «Non ho difficoltà a spostarmi con lui – spiega -. Se sono con lui è difficile che mi fermino per i controlli. Anche se a volte può succedere: ad alcuni checkpoint fermano l’auto e la controllano da cima a fondo. Controllano anche me e tutto quello che mi porto al lavoro ma, poiché sono sempre col mio mahran, posso sentirmi al sicuro e muovermi facilmente».

Yasmine non nasconde però di avere paura. «Ho paura per me e per i miei cari. Ho paura di perdere il lavoro e anche molta paura, se capita, di uscire senza mahran. Alcune donne che lavoravano all’università sono state costrette ad abbandonare e tutto questo le ha rese depresse e tristi». Anche i rapporti fra medici, infermieri e assistenti sono cambiati. Le donne medico e infermiere non possono naturalmente curare gli uomini. E anche Yasmine può solo occuparsi di altre donne e bambini e bambine maschi e femmine. «Parlando con le mie colleghe sento che la cosa che ci fa più paura è che possa succederci qualcosa – racconta – che possiamo avere dei problemi personali o per il nostro lavoro in generale».

Molte famiglie in Afghanistan sono rimaste senza l’uomo: hanno perso il padre o il marito e le donne sono rimaste sole. Con tutte le difficoltà del caso. Perché si sa non possono studiare, non possono lavorare e non possono neppure uscire di casa senza il mahran, l’uomo che le protegge. Sono quelle più a rischio povertà e la povertà per forza di cose si porta dietro anche la malnutrizione. «Alcune madri di famiglia fanno fatica a procurarsi il cibo e le cose minime ed indispensabili per sopravvivere, soprattutto se si hanno bambini piccoli. Molte donne che vivono senza marito o mahran non possono andare da nessuna parte».

Aumenta il disagio ma anche l’impossibilità a farsi curare. E a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le donne. Molti ospedali sono stati chiusi e sono stati limitati i servizi sanitari, soprattutto nelle zone rurali. «Questo significa che ci mettono molto tempo a raggiungere un medico e ad avere un’assistenza sanitaria e quando arrivano all’ospedale spesso si presentano con malattie già in stato avanzato – racconta – inoltre abbiamo smesso di fare le visite pre-natale e spesso i parti rischiano di essere complicati e con problemi gravi».

Purtroppo sarà sempre peggio. Perché si sa che le donne non possono più studiare e anche quelle che erano iscritte all’università hanno dovuto smettere. «Se continuerà ad essere così fra 5 o 6 anni o meno non avremo più medici donne. E neppure infermiere o ostetriche. Il nostro lavoro sta diventando giorno dopo giorno sempre più difficile perché da una parte aumentano le pazienti e dall’altra si riduce lo staff medico, in particolare quello femminile, importante per i reparti maternità. Lo stesso vale per l’Università. Ad ogni donna è stato vietato lo studio universitario».

Ma anche fuori dall’ospedale, non è poi sempre possibile prendersi cura delle pazienti. «Magari rimango in contatto con le donne che hanno lasciato il reparto ma non è possibile fare le terapie e le cure domiciliari perché servirebbero risorse che al momento non abbiamo e gli apparecchi e i medicinali che usiamo in ospedale non possono essere portati fuori e utilizzati a casa delle pazienti”.

Per fortuna non ci sono problemi per quanto riguarda i rapporti fra colleghi all’interno dell’ospedale. “Al momento non abbiamo problemi con i nostri colleghi uomini all’interno dell’ospedale ma abbiamo sempre paura che prima o poi ci possano essere. Perché i nostri pazienti e i nostri assistenti provengono da aree diverse».

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