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Morì a 18 anni a un rave party a San Severino, dopo nove anni la sentenza: 28enne assolto – CentroPagina

SAN SEVERINO – Era accusato di omicidio colposo, dopo nove anni dal fatto (di mezzo ci sono stati anche il terremoto e il Covid che hanno inciso fortemente sui tempi del processo) la sentenza di assoluzione. Oggi pomeriggio il giudice del Tribunale di Macerata Andrea Belli ha assolto un 28enne di Montelupone accusato di aver investito e ucciso un 18enne durante un rave party organizzato in una ex cava nel territorio di San Severino. «Leggeremo le motivazioni tra 60 giorni – ha commentato con soddisfazione l’avvocato Paolo Maggini –, ma la sentenza esclude la responsabilità penale del mio assistito. Ci ho parlato poco fa, era felicissimo, emozionato. La solidarietà umana per la morte del povero Diego non può che rinnovarsi, ma non è stato il mio assistito il responsabile di quella tragedia». 

Diego Luchetti

La drammatica vicenda risale alla notte tra il 7 e l’8 settembre del 2013. In una ex cava sul monte Faito, tra le frazioni di Serripola e Stigliano, nel territorio di San Severino era stato organizzato un rave party. A quella festa non autorizzata avevano partecipato tanti giovani e giovanissimi (solo gli identificati dalle forze dell’ordine furono 78), tra questi c’era anche Diego Luchetti. Era diventato maggiorenne da una settimana, appassionato di calcio, quell’anno avrebbe esordito in Eccellenza con il Montegiorgio. Il 7 settembre aveva raggiunto l’ex cava con degli amici. Nel corso della serata però si era allontanato. Verso le 3.30 al rave era arrivato anche il giovane di Montelupone, all’epoca 20enne, a bordo di una Opel Corsa insieme a degli amici. Dopo aver parcheggiato i ragazzi erano scesi e avevano raggiunto la festa. Quello che è accaduto in quelle ore, ad oggi, resta un mistero.

Secondo la ricostruzione della Procura (all’epoca l’indagine fu coordinata dal pubblico ministero Tullio Cicoria), il 20enne nel parcheggiare l’auto avrebbe travolto il corpo di Luchetti che era steso a terra senza accorgersi di nulla dal momento che il campo, sterrato, era pieno di buche e piccoli dossi. A trovare il corpo sotto l’Opel Corsa alle prime luci dell’alba erano stati gli amici di Diego che lo avevano caricato in auto ed erano corsi verso Gagliole chiamando il 118. Per l’accusa, oggi sostenuta in aula dal pm Raffaela Zuccarini, l’imputato quella sera aveva anche assunto stupefacenti. «Dalla perizia – ha ricordato oggi in aula il pubblico ministero nel corso della requisitoria – è emerso che il decesso è stato provocato da uno schiacciamento per il passaggio di un’auto con segni di uno pneumatico sul corpo». Secondo il pm la penale responsabilità del 28enne era provata e la richiesta è stata la condanna a tre anni per omicidio colposo.

L’avvocato Paolo Maggini

A quel punto è iniziata l’arringa dell’avvocato Maggini che ha contestato tutte le accuse: «Nel corso del processo non c’è stata alcuna testimonianza sulla circostanza che il corpo fosse sotto le ruote dell’auto, ma semmai al di sotto della parte anteriore dell’auto, tant’è che gli amici prendono Diego e lo caricano sulla loro macchina. L’auto non è stata sollevata e non poteva essere sollevata – ha puntualizzato –. I carabinieri hanno trovato una sostanza organica su uno pneumatico dell’auto che è ancora sotto sequestro, ma nessuna analisi è stata fatta su quella sostanza per cui non sappiamo se sia riconducibile a Diego. Nell’autopsia – ha poi aggiunto il legale – si parla di una traccia di uno pneumatico di 22 centimetri, i carabinieri hanno misurato quello dell’auto del mio assistito ed era largo 16 centimetri, sono misure che non collimano. Nessun esame è stato eseguito sull’auto per accertare se ci fossero eventuali ulteriori tracce. Diego indossava una felpa bianca che non presentava alcun imbrattamento, ma non è stato fatto alcun accertamento sugli indumenti e nessun testimone ha visto l’investimento». In merito alla presunta assunzione di stupefacente Maggini ha poi ricordato la consulenza del tossicologo Rino Froldi: «Dall’esame delle urine risultava un’assunzione di diversi giorni prima, circostanza che aveva convinto anche il giudice di pace all’epoca che aveva disposto la restituzione della patente».

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