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I profeti delle Pandemie.

È in corso la campagna di promozione del libro «Senza respiro: storia di una pandemia» del saggista e divulgatore scientifico statunitense David Quammen, già autore di «Spillover. L’evoluzione delle pandemie», saggio-romanzo del 2012 ora ritenuto “profetico”, per la «incredibile precisione» di previsione della pandemia COVID-19.

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L’impianto del libro è intervistare patologi e virologi in tutto il mondo; una modalità del tutto autorevole ed attendibile.

La sensazione che invece i vari interventi di promozione suscitano è ben diversa [1], perché l’autore non riferisce discorsi tipicamente scientifici, bensì quelli più basati su opinioni e fatti abbastanza risaputi; inoltre il suo argomentare è ricco di formule di incertezza, peraltro corroborate da dati non molto attendibili. Ad es. per discutere della gravità del “caso Bergamo” vengono chiamate in causa, in una circostanza liquidata come di «bad luck», oltre la nota partita di calcio tra l’Atalanta e la Valencia, che effettivamente è stata un acceleratore dell’epidemia, ma al contempo un evento ex post ritenuto eccezionale e difficile da replicare, anche anacronismi «le famiglie con più generazioni» e riferimenti completamente errati sia da un punto di vista demografico, di polluzione, nonché di ricchezza in generale: il solo nord Italia non è – come a più riprese affermato – primo in alcuna di tali classifiche.

Tutto ciò completamente trascurando discorsi fondamentali quali ad es. che le modalità di diffusione dei virus (che nemmeno viene ricordato, trattasi di parassiti endocellulari obbligati: microrganismi che cioè possono sopravvivere e riprodursi solo su organismi viventi) sono sì dipendenti dalla quantità di soggetti tra loro interagenti e qualità della interazione – modalità che però restano identiche dagli albori della vita ad oggi: (aerea; oro-fecale; parenterale e transplacentare) – mentre quelle che sono cambiate, ad esempio dall’epoca della “peste nera” del XIV sec. sono proprio le abitudini relazionali umane, ormai fortemente agevolate dall’incivilimento e dal progresso, soprattutto con viaggi d’ogni tipologia; abitudini del tutto recenti e generalizzate, in una epoca di globalizzazione e forse (anche con buona pace di ogni scienza e predizione) prese troppo alla leggera.

Ma la cosa che forse più stupisce nella odierna analisi di Quammen, in formula anche alquanto contraddittoria, vista la ammissione del 2012, che «le attività umane possono contribuire in vario modo a favorire la diffusione delle “zoonosi”: dalla deforestazione all’inquinamento, dal sovra-popolamento agli allevamenti intensivi» – ma certamente anche il lavoro di laboratorio, come nel caso specifico, anche contemplato nella disamina, della c.d. «malattia da virus di Marburg» …

E’ una decisa esclusione della possibilità di origine artificiale del virus, ossia che lo stesso sia emerso dall’Istituto di virologia di Wuhan, la medesima località Cinese in cui sono stati segnalati i primi casi di COVID-19 ed in vero a pochi km dagli ormai noti “mercati umidi” tanto criminalizzati quanto impuniti.

La tesi generale di Quammen è che non ci sia stato «nessun laboratorio segreto, nessun complotto».

Può anche essere che sia così (magari anche evitando completamente ipotesi di segretezza e volontarietà, che sarebbero autenticamente criminali), ossia che manchino le evidenze scientifiche a sostenere che la diffusione del virus sia stata favorita da un incidente dovuto a studi di laboratorio (che comunque non vi è ombra di dubbio sono stati condotti, proprio sui coronavirus). In realtà se c’è qualcosa che davvero è mancato all’appello sono proprio le evidenze documentali che doverosamente dovevano escludere al di fuori di ogni ragionevole dubbio l’ipotesi della fuga accidentale dell’agente virale da un laboratorio [2], laddove infine comunque vi siano altre autorevoli “campane” scientifiche – proprio degli Stati Uniti – escluse dall’inchiesta [3] che invece affermano che «Ci sono modifiche nel genoma che fanno pensare ad un intervento umano», così lasciando la questione ancora più controversa ed irrisolta.

Per quanto al preciso carattere precognitore del primo libro, da alcuni connotato come «il libro che aveva previsto la pandemia», andrebbe sottolineato che i «probabili candidati al ruolo di scatenatori di epidemie» citati nel testo erano certamente più di uno e per di più riuniti in gruppi: il Machupo mammarenavirus (MACV; agente eziologico della febbre emorragica boliviana);  l’orthomyxovirus (gruppo che comprende le influenze); i retrovirus (comprendente gli HIV); i paramyxovirus (tra cui Hendra e Nipah); i coronavirus, come SARS-COV ed altri ancora …

Praticamente un mazzo di carte dal quale estrarne una a piacimento …

Attualmente l’autore insiste nell’affermare – sempre però con la dovuta cautela, in barba ad ogni incredibile precisione –  che «probabilmente» la prossima pandemia sarà l’influenza aviaria umana A(H5); ed in vero a sostegno di quella ipotesi ci sono anche convergenze dagli stessi studiosi che sostengono l’ipotesi di manipolazione genetica [4]; ma prima di parlare ancora una volta di previsioni attendibili e testi ritenuti autorevoli, a seguito di valutazioni più oggettive e meno suggestionate, ove sarebbe stato anche meglio evitare altre fantascientifiche ipotesi prese in considerazione, come ad es. quella del “risveglio” di agenti patogeni dovuto allo scioglimento del permafrost per la crisi climatica (altra ipotesi concreta, ma meritevole di seri studi, perché quella dei “carotaggi” in Artide ed Antartide è una tecnica di studio già molto ben collaudata), resterebbe l’adagio indicato ai “chiaroveggenti” di tutti i tempi:

«chi scrive profezie … di solito lancia una freccia nel muro e poi ci dipinge un bersaglio intorno».

[1] LINK

[2] LINK

[3] LINK

[4] LINK

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